venerdì 12 marzo 2010

Libri - 'Finchè avrò voce', di Malalai Joya

Recensione a cura di Filippo Benedetto

Finchè avrò voce. La mia lotta contro i signori della guerra e l'oppressione delle donne afgane
Malalai Joya
Editore: Piemme
Collana: Saggistica
pagine: 350
data uscita: marzo 2010
prezzo: 17,50

Ho conosciuto personalmente Malalai Joya ad una conferenza stampa da lei tenuta alla Camera dei deputati intorno alla metà del 2007. Mi è sembrata subito una donna molto determinata, sotto un candore giovanile si celavano una forza intellettuale ed una capacità oratoria non comuni. Capivo subito di trovarmi di fronte ad una personalità anomala nel panorama politico di quel paese.
Ho capito, insomma, di trovarmi di fronte ad una personalità politica a tutto tondo, come potrebbero esserci - probabilmente tra i migliori - anche nel nostro Paese. Scrivere la recensione del nuovo libro di Malalai Joya, dunque, per il sottoscritto è uno sforzo relativo. Scorrendo le appassionate pagine di questo saggio a metà strada tra l'autobiografia e il diario d'appunti politici, si ha la possibilità di testare una volta di più la grande passione e rispetto che questa minuta e giovane donna afgana nutre per la propria terra.
Non è facile capire lo scacchiere politico dell'Afghanistan post bellico, ancor meno dello stesso territorio dominato dal fondamentalismo talebano. Ma dalle analisi socio-politiche che emergono da questo pamphlet è possibile tracciare un percorso di riflessione importante, qualunque sia l'idea di base che il lettore abbia maturato lungo questi infiammati anni di guerra al terrorismo.
La giovane attivista afgana non perdona nulla alla feroce tirannia talebana, ma sottolinea con decisione i rischi del presente, pieni di incognite riguardo al dispiegarsi di una condivisa, penetrante e attiva presa di coscienza del popolo afgano rispetto al loro diritto dovere di costruirsi un futuro di democrazia e sviluppo. I ritardi, dunque, secondo l'analisi dell'autrice, sono ancora tanti sotto questo punto di vista e non stupisce che le risposte alle tante domande che pone l'autrice al lettore circa la possibilità di un futuro prossimo di certa pacificazione nazionale rimangono ancora senza risposta.
La voce della Joya, in questo bel saggio, è una voce roca, strozzata dal potere dei signori della guerra, da affaristi senza scrupoli, da un sistema economico piegato da povertà di mezzi e risorse per governarlo in maniera democratica. La sua è una voce disperata di un Afghanista democratico di là da venire. Ed è importante che questa voce abbia eco in Europa. Non certo per vezzo 'ideologico', o peggio di 'ideologismo pacifista' tout court. Anzi, a maggior ragione, per risvegliarne il pragmatico e vitale - per l'intero pianeta - risveglio d'impegno per il disarmo delle certezze fondamentaliste e l'imbocco di un sentiero politico diplomatico di pace che sia effettivamente partecipato e condiviso da un Paese dilaniato da una guerra civile sanguinosa.

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